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Daniel Pennac – Il caso Malaussène. Mi hanno mentito

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Ogni “orgoglioso” componente della tribù Malaussène mi ha fatto compagnia ai tempi dell’Università e proprio come un compagno di università lo ritrovo venticinque anni dopo.
Per chi, come me, l’ha amata è un bellissimo (e gradevolmente inaspettato) ritorno. Ma è chiaro come questi venticinque anni siano passati per tutti, per il lettore, per l’autore, per il traduttore (ah,  Yasmina Melouha, quanto ti dobbiamo!) ma anche per tutta la tribù Malaussene e affini, lasciando pure qualche segno evidente. Tutto risente del passaggio del tempo e, a dire il vero, sembra proprio un effetto voluto, un nuovo elemento nel meccanismo. È vero, il ritmo non è più avvolgente come prima e le immagini rocambolesche, con tutta la famiglia che si sposta per le vie di Belleville e Julius il Cane in testa, sono quasi scomparse del tutto ma in compenso il congegno, con i suoi colpi di scena, appare praticamente intatto e ben oliato segno che fantasia ed età matura, spesso, non sono in antitesi.


Uno dei segreti del successo della saga è stata la sua contemporaneità, il saper rappresentare la realtà attraverso il linguaggio e la parola correnti. Anche questo è un particolare che ritroviamo intatto e, anzi, rinnovato nel suo giocare con le nuove tecnologie, PC, Skype, Google, Web, entrate con naturalezza nella trama e nel linguaggio ma che, ovviamente, non sfuggono alla tagliente ironia di Pennac (“Si cambia epoca. Tempo di addormentarsi e risvegliarsi ed è arrivato Internet. Il pianeta intero è finito in un retino acchiappafarfalle”).
La bellezza di questo settimo capitolo della saga è proprio in questo incontrarsi dopo vent’anni e non preoccuparsi dei cambiamenti che il tempo ha fatto su noi tutti ma darli per scontati sapendo che fanno parte del gioco e proseguire, avanti, con curiosità, senza perdere il proprio tratto distintivo, quello che ci ha inchiodati ognuno nel suo ruolo: lettore, autore, traduttore e personaggio. La bellezza e il piacere di aver lasciato qualcuno bambino (o addirittura neonato) e ritrovarlo cresciuto senza la necessità di sapere la vita che c’è stata in mezzo (un po’ perché ce la possiamo immaginare e un po’ perché lo sappiamo che, prima o poi, ce la racconteranno). È aver lasciato Verdun neonata e urlante, appena scesa dalle braccia di Thian, e ritrovarla giudice istruttore. È scoprire che la tribù ha quasi sostituito il vecchio protagonista. Eh già, perché Benjamin c’è, eccome, ma sembra si sia ritagliato il suo spazio un po’ in disparte rispetto all’ormai consueto occhio del ciclone (tranquilli però, il capro è sempre lì, pronto a beccarsi la sua dose di colpe), lasciando tutta la scena ai “ggiovani”. L’unico che non è cambiato per niente è Julius il Cane. Ma “Come può lo stesso cane bazzicare la stessa saga per più di un quarto di secolo?” La risposta è anticipata nel Repertorio a inizio lettura, il mistero sarà svelato nel libro e non potrà che essere un mistero degno dei Malaussène.
Un’ultima annotazione: il sospiro di sollievo alla lettura del “Continua” al posto di “Fine”. Perché è vero che siamo tutti un po’ invecchiati ma ognuno ha mantenuto quella scintilla di sana follia, Benjamin con le sue colpe, la tribù con la sua follia e noi lettori, che rimaniamo sempre, alla fine di ogni romanzo della saga, come Jeremy alla fine di ogni racconto serale: a volerne ancora.

M.

Nota: Mi accorgo di non aver fatto il minimo cenno alla trama ma sarebbe stato del tutto inutile. Noi lo sappiamo che la trama, nei romanzi della saga, in fondo, è solo un pretesto.